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SempreVerdi.net ~ libri ~ de_amicis ~ Amore e ginnastica ~ Capitolo 5 *
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Capitolo 5


Ma neppure a questo la Pedani aveva badato. Essa viveva d'un solo pensiero: la ginnastica; non per ambizione o per spasso, ma per profonda persuasione che la ginnastica educativa, diffusa ed attuata com'essa ed altri l'intendevano, sarebbe stata la rigenerazione del mondo. Alla predilezione di quell'insegnamento l'aveva sempre portata il suo carattere maschio, avverso tanto ad ogni mollezza e sdolcinatura dell'educazione, che nei componimenti delle alunne essa cancellava inesorabilmente tutti i vezzeggiativi, e non tollerava nemmeno i più usuali dei nomi di battesimo, consacrati dal calendario dei Santi. Ma dopo il nuovo impulso dato alla ginnastica dal ministro De Sanctis, e la propaganda potente del Baumann, la sua era diventata una vera passione, che le aveva procacciato una certa notorietà nel mondo scolastico torinese. Oltre ad insegnar ginnastica nella sezione femminile Monviso, dov'era anche maestra ordinaria, essa insegnava alla scuola Margherita, all'Istituto delle Figlie dei militari, all'Istituto del Soccorso, e alle bimbe dei soci della Palestra, dando da per tutto all'Insegnamento la mossa vigorosa del proprio entusiasmo. Pareva veramente nata fatta per quell'unica cosa. Non riusciva soltanto ad eseguire, per suo piacere, i più difficili esercizi virili alla sbarra fissa e alle parallele: era anche riuscita, con lo studio, una insuperabile maestra di teoria, ammirata da tutti gl'intendenti per la rara prontezza nel variar gli esercizi, dei quali si era fatta di suo capo, razionalmente, innumerevoli combinazioni, per la singolare vigoria del comando, che rendeva i movimenti pronti, facili e simultanei, per il colpo d'occhio acutissimo, a cui non sfuggiva la più piccola irregolarità di atteggiamento o di mossa anche nelle schiere di alunne più numerose. Seguiva allora un corso d'anatomia alla Palestra; ma n'aveva seguito già un altro con gran diligenza, due anni avanti, aiutandosi con molte letture; di modo che poteva fondare e regolare il suo insegnamento sopra una cognizione più che mediocre dell'organismo umano e dell'igiene. Alla prima occhiata riconosceva se una ragazza avesse attitudine o no alla ginnastica, esaminava i corpi mal formati, cercava le spalle asimmetriche, i petti gibbosi, gli addomi prolassati, le ginocchia torte, e studiava di correggere ciascun difetto con un ordine particolare d'esercizi. A questo si dedicava con zelo materno: si sforzava di persuader le madri dell'efficacia del suo metodo, quando riluttavano; faceva una guerra implacabile ai busti troppo stretti e ai vestiti troppo stringati; teneva un quadro della statura e del peso di certe alunne per accertarsi degli effetti della sua cura; s'era comperato a sue spese un dinamometro per misurare la loro forza; andava facendo dei piccoli risparmi per comprarsi un apparecchio da misurar la capacità polmonare; avrebbe voluto che s'inventassero dei congegni per misurar la bellezza del portamento, la destrezza, la facoltà d'equilibrio, ogni cosa. E oltre alle sue lezioni, s'occupava di problemi tecnici speciali, teneva dietro ai vari congressi regionali dei maestri di ginnastica, registrandone le deliberazioni, leggeva quante opere straniere sulla materia le capitassero alle mani tradotte, e non perdeva un numero dei dieci giornali ginnastici d'Italia, di parecchi dei quali era corrispondente. Uno dei suoi articoli sull'utilità pratica del salto, scritto con garbo e con forza, aveva destato l'ammirazione del maestro Fassi, e dato occasione alla loro amicizia; la quale, peraltro, era da parte del maestro un po'interessata, poiché, pieno di idee e di cognizioni nella sua scienza, egli mancava affatto di stile, come il Marechal di Emilio Augier, e anche un po' di grammatica; e la Pedani provvedeva mirabilmente alla sua deficienza, convertendo i suoi appunti in articoli, ai quali egli metteva con mano franca la propria firma. Ma la Pedani, che non scriveva per la gloria, non se ne curava. Tutta dedicata alle sue scuole, in giro tutti i giorni ai quattro angoli di Torino, a tavolino a studiare quando non era in giro, occupata da sé sola in esperimenti ginnastici quando non studiava sui libri, essa esercitava infaticabilmente il suo apostolato per la rigenerazione fisica della razza senza avvedersi né dei mille sguardi che si avvolgevano da ogni parte intorno al suo bellissimo corpo, né delle invidie e delle gelosie che suscitava. Tanto che chi la conosceva da vicino la considerava come una natura di donna, misteriosa, refrattaria all'amore, e quasi priva d'istinto sessuale, e l'ingegner Ginoni, a cui piaceva di scherzar con lei, la chiamava «la vulneratrice invulnerabile». E pareva ch'ella giustificasse quest'idea con la nessuna o pochissima cura che prendeva del suo abbigliamento, se non per la pulitezza, che serbava irreprensibile. Usciva un giorno col cappellino messo di sbieco, un altro col cappotto sbottonato o con gli stivaletti da casa, camminava a passi troppo lunghi, si lasciava sfuggir delle note di voce maschile che facevano voltar la gente stupita, e pronunciava un'erre quadruplicata che dava lo stridore d'una raganella. Ma invano. Tutti questi difetti e anche il nasino non finito scomparivano nella bellezza poderosa e trionfante del suo corpo giovanile di guerriera.

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