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SempreVerdi.net ~ libri ~ de_amicis ~ Amore e ginnastica ~ Capitolo 30 *
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Capitolo 30


Il Congresso sedeva nel Palazzo Carignano, nell'aula ancora intatta dell'antico Parlamento subalpino. V'erano forse quel giorno più di trecento congressisti, tra maestre e maestri, sparsi senz'ordine sugli scanni rivestiti di velluto, pochi dei quali eran vuoti. Uno spettacolo nuovo offriva quel salone illustre dove era risonata la voce dei più grandi campioni della rivoluzione d'Italia nei momenti più terribili e più gloriosi della nostra storia, occupato ora da una folla d'insegnanti elementari, che rappresentavano anche nell'aspetto e nei panni tutti i ceti sociali. Eppure non si prestava allo scherzo il raffronto, poiché faceva pensare che il Parlamento italiano si trovava allora molto lontano, in una città dove pochi anni prima sarebbe parso un sogno a chi sedeva là, ch'ei si potesse trovare pochi anni dopo. Sopra quegli scanni dove i torinesi avevan visto biancheggiar delle canizie venerande e dei crani spelati di legislatori, si rizzavano da tutte le parti penne e fiori di cappellini di maestre, disposte in file o in gruppi, da cui s'alzava un cinguettio di nidi di passere. Al posto di Garibaldi sedeva un vecchio maestro di campagna col gozzo. Sullo scanno del conte Cavour si dondolava un giovanotto imberbe, con un garofano all'occhiello. La presidenza era tenuta da un grosso maestro prete, napoletano. Si riconosceva a primo aspetto, dalla varietà dei visi, che quello non era un congresso regionale, ma formato di maestri d'ogni provincia d'Italia; fra i quali predominavan le capigliature e le carnagioni brune delle terre meridionali. Sui banchi alti c'era un gran numero di signorine variamente vestite: maestre patentate, ma senza impiego, intervenute come spettatrici, per curiosità, molte con dei fogli davanti e con la penna in mano per pigliar degli appunti, e in mezzo a loro dei ragazzi e delle ragazzine, loro fratelli e sorelle. Due alti uscieri col panciotto giallo e le calze bianche giravano per l'aula. Le tribune erano affollate d'altri insegnanti e di parenti dei congressisti, e si vedevano nelle prime file alcune delle più illustri autorità ginnastiche di Torino, dei professori, dei medici, dei rappresentanti di giornali. Non c'era ancora stata una adunanza cosí piena, né un'agitazione cosí viva.

Quando don Celzani entrò nell'antica tribuna pubblica la seduta era già aperta da quasi un'ora. Appena seduto, egli cercò la Pedani. Non la trovò subito. Vide invece la Zibelli in uno dei banchi più bassi, di faccia alla presidenza, in mezzo ad altre due maestre, ch'egli non conosceva, e risalendo con lo sguardo su pei banchi di dietro, trovò il profilo caporalesco del maestro Fassi, che aveva intorno un grosso drappello di maestri di ginnastica di Torino; quasi tutti visi d'antichi militari, fra i quali riconobbe la testa bionda del maestro della Generala. Ma, dov'era lei? Dopo aver cercato un altro po'alla ventura, la ritrovò finalmente, riscotendosi tutto, in uno dei banchi più alti di destra dove avevan seduto i Massari, i Boggio, i Lanza, la più fedele pattuglia del grande ministro. Era in un posto vicino al finestrone, in mezzo allo stuolo vivace delle maestre ch'eran venute a prenderla a casa, e che le facevano intorno come una scorta d'onore. La luce del sole che entrava pel finestrone accendeva tutta la parte destra del suo corpo serrato nel vestito nero. Aveva delle carte davanti, discorreva con le vicine, pareva un po'agitata. Il segretario pose un pugno sull'altro sopra il parapetto, appoggiò il mento sui pugni, e rimase immobile cosí, guardandola, confortato da un'ultima speranza: che una volta sola, alzando gli occhi verso quella parte, ella avesse incontrato il suo sguardo. Sarebbe stato l'ultimo addio. Poi tutto sarebbe finito. Di nessun'altra cosa si curava. Come, entrando, non aveva nemmen guardato quell'aula storica che non aveva mai vista, cosí non sentí neppure una parola dei discorsi che allora vi risonavano.

La discussione s'aggirava ancora intorno al tema che era già stato trattato il giorno avanti: sull'opportunità d'introdurre nelle scuole gli esercizi di lavoro manuale. Aveva parlato prima, con grande dolcezza, una maestrina veneta, facendo vedere un modo trovato da lei d'insegnare a far dei canestrini con nastri di carta, e un saggio dell'opera sua andava girando di mano in mano per i banchi, dove le maestre si provavano a rifare il lavoro. Poi aveva parlato un maestro calabrese, con una voce cantante e lamentosa, mostrando una grossa cesta piena di lavori fatti nella sua scuola, fra i quali c'era anche un paio di scarpe. Dopo di lui, avendo parlato alcuni oratori dissenzienti, la discussione s'era accalorata e inasprita. Una bella maestra, che faceva da segretario, dovette rileggere una parte del verbale dell'altra seduta. V'era in un banco dell'estrema sinistra una schiera di giovani maestri lombardi arditi e battaglieri, che il presidente, con tutta la sua pazienza sacerdotale, non riusciva a racquetare. Due maestri, dalle parti opposte dell'aula, si scambiarono delle parole acri. In somma, una gran parte del tempo se n'andava in quistioni di prammatica parlamentare, gli oratori sentivano l'influsso dell'aura politica della sala, parlavano con troppa enfasi, mostravan un amor proprio eccitabile. Don Celzani fu un momento distratto da una grossa voce che gridò solennemente: - I rappresentanti di Milano non hanno alcun mandato imperativo -. Poi lo riscosse di nuovo una salva d'applausi fatta in onore d'una maestra, la quale, con voce di soprano, aveva detto che se si fosse adottato il lavoro manuale nelle scuole, sarebbe stato giusto un aumento proporzionato di stipendio. Poi seguí un nuovo arruffio. Infine un maestro piccolo e grasso, con poche parole lucide e piene di buon senso, rimise la pace, e il presidente potè porre ai voti un ordine del giorno, per alzata di mano. Duecento braccia s'alzarono, fra cui si videro moltissimi guanti di donna, abbottonati fino al gomito; un applauso seguí la votazione, e si passò all'altro tema che eran le Modificazioni da proporsi nell'insegnamento della ginnastica.

L'annunzio del tema fece dare uno scossone a don Celzani, che credeva che la Pedani parlasse subito. E nel volger gli occhi da quella parte, egli vide comparir nella tribuna in faccia alla sua, proprio sul capo della maestra, il viso ridente dell'ingegner Ginoni.

Ma la sua aspettazione fu delusa. Altri parlarono prima, maestri e maestre. La discussione, da principio, s'aggirò con molto disordine sul lato tecnico dell'argomento, al qual proposito si sfoggiò una fraseologia tecnologica, di cui i profani non capirono nulla, e si sentí il cozzo delle due scuole, e i nomi del Baumann e dell'Obermann proferiti in mezzo a un grande tumulto, dominato per un momento da una voce cavernosa che gridò: - Torino che fu la culla della ginnastica, ne sarà la tomba! - Un maestro richiamò l'attenzione del Congresso sulla opportunità di riformare il linguaggio non abbastanza italiano del regolamento di ginnastica, esponendo il parere che si proponessero certi quesiti all'Accademia della Crusca. Don Celzani credeva che il maestro Fassi avrebbe parlato; e infatti egli s'agitava, approvava e disapprovava violentemente, gridando: - No! - Mai! - Questa è grossa! - Un po' di buon senso! - ma non domandò la parola. Un maestro di ginnastica dimostrò la necessità di migliorare le condizioni dei suoi colleghi, ch'erano pagati dal Governo, ma senz'aver alcuno dei diritti degli altri impiegati, che si trovavano in uno stato precario, sottoposti all'arbitrio dei presidi di liceo e di ginnasio, i quali aprivano il corso in ritardo, non li ammettevano, come sarebbe stato giusto, nelle Commissioni per le esenzioni, concesse quasi sempre a capriccio, e non li spalleggiavano nella disciplina. Quindi la discussione s'imbrogliò e s'infiammò da capo in una controversia di metodo, nella quale si udirono accenti di tutte le parti d'Italia. Il segretario cominciava a temere che la Pedani non avrebbe più parlato, e si preparava con grande amarezza a rinunciare a quell'ultima voluttà di sentir la sua voce, di vedere applaudito e onorato il suo idolo, di portar via la propria disperazione quasi dorata dal raggio di quella gloria. Ogni nuovo maestro che parlava, gli premeva che finisse, gli pareva che prolungasse apposta il suo supplizio, ed egli ne contava le parole fremendo. Finalmente, dopo un breve discorso d'una maestra toscana che si fece applaudire citando a nostra vergogna il piccolo Belgio, dove si offrivan venticinquemila lire di premio all'autore d'un buon libro sulla ginnastica, il presidente disse ad alta voce: - La parola è alla signora Maria Pedani.

Don Celzani scattò, come se lo avesse avvolto una fiamma.

Corse prima un sordo mormorio, poi si fece un grande silenzio, il quale significava che la maestra era conosciuta per fama, e il discorso, aspettato: tutti i visi si voltarono verso di lei.

Al primo vederla in piedi, eretta con tutto il busto sopra il banco, alta e possente, col bel viso ovale pallido, ma risoluto, s'intese un nuovo mormorio, come un commento favorevole alla sua persona, il quale subito cessò. Un secondo senso di stupore destarono le prime note della sua voce bella e strana, quasi virile, ma armoniosa, che corrispondeva perfettamente al corpo poderoso e svelto. Essa cominciò col dire che nessun miglioramento si sarebbe conseguito sia nell'attuazione della ginnastica che nella condizione degl'insegnanti, se al Governo, ai municipi, a tutte le autorità non si fosse fatta sentire, come in altri paesi, la forza imperiosa della voce della nazione, profondamente persuasa dei benefizi di quell'insegnamento e fermamente risoluta a volerli. Il primo debito di tutti, e in particolar modo degli insegnanti, era dunque di far propaganda di quell'idea, d'inculcarla nella ragione, nella coscienza, nel cuore del popolo di tutte le classi. Essa parlava lentamente da prima, corrugando la fronte in segno d'impazienza quando la parola non le veniva, e facendo un atto dispettoso quando s'imbrogliava in un periodo, come per lacerare la rete che l'avvolgeva, ed esprimere il suo pensiero a ogni costo.

- Anche per la ginnastica, - proseguí dicendo, - l'Italia aveva fatto come per tant'altre cose, come, per esempio, per l'istruzione militare delle scolaresche: c'era stato da principio un grande entusiasmo, dal quale, a poco a poco, s'era caduti nella più vergognosa trascuranza, fino a gettare il ridicolo sull'idea e sui suoi devoti. Ma alla ginnastica accadeva di peggio. Era sorto contro di questa e s'andava ingrossando un esercito di nemici, dei quali le autorità scolastiche subivan la forza, per modo che l'insegnamento tendeva a diventare una vana mostra, una miserabile impostura, anzi un'aperta irrisione. L'ignoranza, una vile paura di pericoli immaginari, l'infingardaggine nazionale, la perfidia di certe genti interessate, che giungevano con inaudita sfacciataggine fino a addebitare alla ginnastica le infermità e i difetti organici della gioventù che essa aveva per istituto di correggere, congiuravano insieme. E sarebbe stata una cosa incredibile se non si fosse veduta ogni giorno. - Nemici della ginnastica, - disse, - sono dei colti professori, acciaccosi a quarant'anni come ottuagenari, appunto per aver troppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli. Nemiche della ginnastica son delle madri di fanciulle senza carne e senza sangue, future madri anche esse d'una prole infelice, per non aver mai esercitato le forze del corpo. Nemici della ginnastica, dei padri di giovinetti che, per l'eccesso delle fatiche della mente, cadono in consunzione, contraggono malattie cerebrali terribili, si abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio! Nemici e derisori della ginnastica a mille a mille, mentre la crescente facilità della locomozione e i raddoppiati comodi della vita già tendono a renderci inerti e fiacchi; mentre la rincrudita lotta per l'esistenza richiede a tutti ogni giorno un maggior dispendio di forza e di salute; nemici della ginnastica mentre siamo una generazione misera, sfibrata e guasta, che fa rigurgitar gli ospedali e gli ospizi di deformità e di dolori! Quale cecità! Quale insensatezza! Quale vergogna!

Le ultime parole furono accolte da uno scoppio di applausi. La Pedani prese animo, e incominciò a fare un confronto del discredito e della frivolezza della ginnastica in Italia con l'onore in cui era tenuta presso altre nazioni. Qui commise l'errore di diffondersi un po' troppo in citazioni statistiche, e qua e là si manifestò un principio di opposizione. Due o tre gruppi di maestre si misero a bisbigliare tra loro per distrarre l'uditorio. Don Celzani sentí il maestro Fassi, che non guardava mai l'oratrice, esclamar due o tre volte con dispetto: - È fuori dell'argomento! - Son cose che si sanno! - Una volta esclamò forte: - Bella novità! - tanto che molti si voltarono. Ma la Pedani uscí in tempo dal mal passo, accennando alle recenti feste di Francoforte con un periodo veramente felice, in cui l'uditorio vide per un momento davanti a sé la grande palestra riboccante del fiore della gioventù germanica, e sentí come la vampa di quel gagliardo entusiasmo passar sopra il suo capo. La maestra s'accendeva nel viso, spiegava la voce con una sonorità potente, tagliava l'aria col gesto, senza smodare, col vigore d'una sacerdotessa ispirata. E si sentiva tutta l'anima sua in quella sincera eloquenza, s'indovinava tutta la sua vita consacrata a un'idea, una gioventù che era come una lunga adolescenza severa, affrancata dai sensi, repugnante a ogni specie di affettazione sentimentale o scolastica, semplice di costumi e di modi, purificata e fortificata da un esercizio continuo delle forze fisiche, del quale erano effetto manifesto la sua salute fiorente, la mente limpida e l'anima retta ed ardita. E quando con l'ultimo tratto ella fece passare nell'aula la figura del vecchio Augusto Ravenstein, fondatore della prima palestra del suo popolo, seguito dal corteo dei grandi ginnasiarchi tedeschi, benefattori di milioni di fanciulli e benemeriti della potenza e della gloria della Germania, scoppiò un'altra acclamazione fragorosa, che scosse lei e tutta l'assemblea, e la interruppe per un po' di tempo; durante il quale le sue compagne le si strinsero intorno afferrandole i panni e le mani, e affollandola di rallegramenti.

E allora essa corse fino alla fine, con crescente fortuna. Ritornando sull'argomento fondamentale del suo discorso, insistette sulla necessità che tutti gl'insegnanti s'adoprassero a persuadere le famiglie altrettanto che ad ammaestrare gli alunni. Alle maestre più che ad altri spettava quell'ufficio, perché, esercitata dalle donne, avrebbe avuto maggior efficacia la propaganda in favore d'una disciplina in cui esse non potevano eccellere, e che rimoveva il sospetto dell'ambizione.

- Rivolgiamoci alle madri, - disse, - facciamo loro vedere, toccar con mano gli effetti meravigliosi della educazione fisica, che sono evidenti e infallibili come i resultati d'una scienza esatta; persuadiamo loro che la ginnastica è la forza e la salute, e che salute e forza sono serenità, bontà, coraggio e grandezza d'animo! E se non bastano il ragionamento e l'esempio, preghiamole, leviamo loro di mano, con amorosa violenza, i fanciulli e le fanciulle deboli ed esangui, supplichiamole perché ce li lascino salvare dalle malattie, dalla infelicità, dalla morte. Oh! se potessimo trasfondere in tutte l'indomabile ardore che è in noi! E prima d'ogni cosa, abbiamo fede in noi stessi, una fede ardente e invincibile che la nostra idea sarà un giorno l'idea di tutti, e che un nuovo sistema d'educazione rifarà il mondo, Sí, io lo credo come credo nell'esistenza del sole che ci illumina. Una nuova educazione, fondata sopra un esercizio perfezionato delle forze fisiche dell'infanzia e della gioventù, preverrà innumerevoli miserie, risparmierà all'umanità innumerevoli dolori, falcerà mille vizi alla radice, agevolerà alle generazioni che saranno più buone perché più forti, e più giuste perché più buone, la soluzione dei grandi problemi attorno a cui s'affannano inutilmente ora le nostre menti malate e le nostre forze esaurite. Io credo, o colleghi, in questa umanità nuova, che innalzerà ai grandi apostoli della ginnastica delle colonne di bronzo; ci credo, la vedo, la saluto, l'adoro, e vorrei che tutti considerassero come la più santa gloria umana quella di vivere e di morire per essa!

A quella chiusa si scatenò una tempesta; tutti balzarono in piedi, battendo le mani e gridando; la Pedani, pallida e trafelata, si dovette alzar tre volte per ringraziare. Le ultime parole erano state dette veramente con vigore d'entusiasmo apostolico e avevano scosso le fibre di tutti. Quando l'acclamazione pareva finita, ricominciò; tutti i filoginnici dell'assemblea e delle tribune erano in visibilio. Due o tre oratori che sorsero dopo di lei non furono quasi più intesi. Quando la seduta fu chiusa, scoppiò un nuovo applauso, e la Pedani discese dal suo banco fra due ali di visi sorridenti e di mani tese, in mezzo a un gridio assordante di congratulazioni e di evviva.

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